La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 154
di Mimmo Carratelli
Un pericolo per sé e per gli altri, continuano a dire i medici mentre sei ricoverato alla Clinica del Parque, pibe perduto, e i reportage dall’Argentina sono agghiaccianti in questo 2004 di nuovi incubi e preoccupazioni.

“Maradona dorme un sonno chimico e provvidenziale seguito giorno e notte da un cardiologo, da uno psicologo, da un neurologo e da un dietologo” scrivono i giornali. Ti fanno mangiare con posate di plastica e puoi fare una telefonata al mese. Sembra che tu abbia chiamato Fidel Castro. Vuoi fuggire. “Non sono pazzo” protesti. Nella stanza accanto alla tua vive il dottor Cahe che ti conosce da ragazzo. E’ la tua ancora di salvezza. Ti sono vicini papà Chitoro e mamma Tota. Con grande determinazione si batte Claudia. Dice: “Sono divorziata da lui, lo faccio solo per Dalma e Gianinna”.

In strada ci sono 500 persone in ansia per la tua vita e 120 poliziotti che piantonano la clinica. Ti concedono una sola volta di incontrare i tuoi familiari. E’ una situazione disperata e sei inchiodato a una terapia d’urto per cavartela.

Dopo 89 giorni, una schiarita. Puoi lasciare la clinica. Non ti fanno leggere i giornali. Pesi 102 chili, ne pesavi 123 a inizio maggio. Siamo in agosto. Giunge sui teleschermi italiani la tua drammatica intervista a Canale 9, l’emittente più seguita di Buenos Aires.

“Sono prigioniero di un giudice che non prende decisioni. Ho lasciato la clinica che è un porcile. Me ne sarei dovuto andare già da tempo, nonostante là mi abbiano salvato la vita. Devo andare via da Buenos Aires dove sono seguito, pedinato e soffocato dai media. Ho bisogno di lavorare, di tenere la testa occupata. La cocaina è stato il più grande errore della mia vita. Ci sono entrato e non ne sono uscito più. Voglio tornare a Cuba”.

E finalmente ci riesci, pibe. A fine settembre lasci Buenos Aires. Ti accompagnano due tue sorelle, Ana Estela e Rita, il dottor Cahe e un legale. “Torno a Cuba perché me lo dice il cuore. Affronterò una terapia contro la droga”. La destinazione è il Cesam, un Centro di salute gestito dai militari. Il dottor Cahe dice che dovrai restarci almeno settanta giorni.

Come sono crudeli le cronache di questo maledetto periodo, così lontane dai gioiosi reportage sulle tue prodezze. Com’è lontano quel tempo!

“Non è vero che non ho un soldo. Posso vivere tranquillamente. Anche se voglio tornare a lavorare per sentirmi utile”. Partendo da Buenos Aires concedi due interviste televisive, squarci della tua vita diventata confusa e insensata. “Mi sono separato da Claudia per colpa mia. Continuo ad essere innamorato di lei. Claudia però merita ben altro e adesso che me ne vado non le creerò più problemi e potrà vivere come vorrà la sua vita”.

Sei malinconico ed euforico, il tuo umore è incerto e ballerino. “Insieme con Castro lotterò contro cose cui il mondo non dà retta”.

Parli di calcio perché è sempre il tuo mondo. “Rivaldo è il meglio che ho visto in giro negli ultimi tempi, ma vi raccomando Tevez e Mascherano. Il Real Madrid? Macché galattici, sono dei cani esaltati”.

Da Cuba altre confessioni. “Nella clinica di Buenos Aires ho passato cinque mesi d’inferno. Ho rischiato di morire. Gridavo, bestemmiavo e mi hanno dovuto legare al letto. Ma sono cinque mesi che non assumo cocaina e sono certo che vincerò la mia battaglia perché ho 44 anni e sono più vicino alla fine della mia vita che all’inizio”.

Esprimi tre ingenui desideri. “Salute, soldi e amore”. Ma aggiungi: “Vorrei tornare presto in Italia, è un Paese che amo perché vive di calcio”.

Dopo tre giorni di controllo all’Ospedale centrale de L’Avana, ti trasferiscono al Cesam che è una clinica neuropsichiatria “a regime chiuso”. Dipende dal Ministero degli interni cubano e Fidel Castro si accolla le spese per i primi tre mesi di degenza.

“Sto affrontando la malattia così come ho affrontato le mie sfide in campo”. Ci giungono brandelli delle tue interviste. A volte, commoventi. “Quando ho passato il mio momento peggiore in Argentina, ho chiesto aiuto alla mia famiglia. Credevo di averli persi, li ho ritrovati nel momento più difficile. La cosa positiva della mia malattia è che mi ha fatto ritrovare mio padre e mia madre. Mi ero allontanato da loro, mi ero allontanato soprattutto da mio padre, ma lui mi ha dato un grande schiaffo morale standomi sempre accanto. Pensavo di essere solo, non era così”.
21/5/2006