La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 106
di Mimmo Carratelli
Hola, pibe. Stai facendo un ottimo lavoro per il rientro. Sgobbi in allenamento col Boca e mancano quindici giorni alla fine della squalifica. Hai un’idea delle tue. Vuoi prepararti in disparte, da solo. Il signor Eurnekian, presidente della società che ha investito nel Boca, ti consiglia la villa di un suo amico a Punta del Este, la stupenda stazione balneare dell’Uruguay.

Ci vai con Coppola, col tuo assistente German Perez e con Daniel Cerrini, quello del pasticcio del “beverone” in America, ma lui solo sa addomesticare il tuo peso. La villa è gigantesca, ha grandi prati per correre e un campo di calcio. In campionato, il Boca non vince una partita.

Va in porto il tuo progetto del sindacato mondiale dei calciatori. Devi volare a Parigi. Ci sono tutti quelli che hanno aderito alla tua iniziativa: Eric Cantona, Weah, Vialli, Zola, Blanc, Brolin, Ciro Ferrara. “Vogliamo batterci per i nostri diritti, il calciatore deve essere al centro del mondo del football. Sono pochi quelli che guadagnano molto danaro. Dobbiamo batterci per i più deboli e per i calciatori dei Paesi in via di sviluppo”. E’ il tuo discorso d’apertura. “Chi non sta con noi è servo del potere”. Caustico come sempre.

Quaranta sono i calciatori che hai convocato. Sei il presidente e Cantona è il tuo braccio destro. Dici al microfono: “Non si possono disputare partite a mezzogiorno, non si possono giocare mille partite all’anno. I calciatori devono dire la loro, essere consultati. Sono il calcio. Dialogheremo con le autorità del football e i dirigenti devono ascoltarci. Dobbiamo avere diritto di voto sulle decisioni importanti. Non vogliamo la guerra, ma se sarà necessario andremo al braccio di ferro”.

Arrivederci, Parigi. Sei scatenato, pibe. Voli a Istanbul per una partita di beneficenza a favore dei bambini della Bosnia. Sta per scadere la squalifica. Fai un paio di magie in campo, ti prendi un’ondata di applausi e parti per Londra.

Sei stato sempre un grande giramondo. E da Londra piombi a Seul dove c’è il Boca. La squalifica è finita, puoi tornare in campo. Tingi i capelli di blu con una striscia gialla, i colori del club che ami. E’ il grande momento.

30 settembre 1995, nello stadio olimpico di Seul, 70mila spettatori, il Boca contro la nazionale sudcoreana per un ingaggio di due milioni di dollari perché ci sei tu in campo, Diego Armando Maradona. Giochi la prima partita dopo la squalifica della Fifa. Hai un look fenomenale. Un doppio orecchino al lobo sinistro, un cerchietto di Dalma e uno di Gianinna intrecciati, una catenina sottile al polso destro, un braccialetto di cuoio al polso sinistro e i capelli blu con la banda gialla. La partita viene irradiata in tv in undici Paesi. Un trionfo.

Giochi come non avevi immaginato. In scioltezza, con gusto, correndo. Scodelli il calcio d’angolo che porta in vantaggio il Boca che vince poi 2-1. In tribuna ci sono Bilardo e Menotti, gli allenatori del tuo passato. C’è il presidente argentino Menem in visita ufficiale in Corea. La tua felicità è la nostra. Sei tornato a far cantare il pallone. Lasci il campo tre minuti prima della fine per prenderti l’ovazione della folla asiatica.

Ed ora dalla Corea in Argentina per il debutto alla “Bombonera”, il campo del tuo cuore, della tua passione gialloblu, il campo della riscossa a 35 anni con la voglia e l’entusiasmo di un ragazzino. Perché è la tua rivincita, la tua seconda rinascita. E’ il tuo giorno, il 7 ottobre 1995, un sabato.

La “Bombonera” è stracolma. Un grande striscione è esposto in tribuna: “Con il 10? Dio!”. In campo c’è uno scatolone. L’aprono e sbucano Dalmita e Gianinna che ti vengono incontro. Una grande emozione. Sul terreno di gioco entrano quelli del River Plate, avversario storico.

Sei stordito e per tutto il primo tempo non trovi il filo del gioco. Julio Cesar Toresani non ti molla un attimo. La musica cambia nella ripresa dopo il vantaggio del Boca. Ti metti a dirigere la squadra come se fossi l’allenatore. Urli, inciti, suggerisci. E, soprattutto, ridiventi il padrone del gioco, passaggi filtranti, tocchi divini, dribbling. Hai una sola esitazione: concludere a rete. E non fai nemmeno un tiro. Lo notano tutti. Dopo più di un anno senza giocare, non è semplice scendere in campo e far gol. Ci vuole il suo tempo. Intanto, 1-0 al River.

E’ una grande vittoria nel giorno del tuo ritorno. Ed è una grande festa, dopo. Al “Soul Café”, organizzata da Coppola. La musica di Von Quintiero, Claudia, le bambine, papà Chitoro e mamma Tota e i tuoi fratelli, le sorelle, gli amici. La festa per il gran ritorno. L’avevi promesso. Ci sei riuscito. E’ fatta, pibe. Sei tornato.

Fra sette giorni una partita sentimentale, il Boca contro l’Argentinos Juniors, la tua prima squadra al tempo di Francisco Cornejo, lo scopritore di talenti che un giorno ti vide a Villa Devoto e nacque una leggenda.

A Napoli, nel quartiere di Montesanto, un Centro sociale inalbera uno striscione: “Centro occupato Diego Armando Maradona”. Studenti e artigiani hanno sottratto il locale al Comune per un’attività sociale volontaria. Dice il promotore del Centro: “Che c’è di strano? Diego è stato l’unica figura che negli ultimi anni ha portato la rivoluzione a Napoli”. Non ti abbiamo mai dimenticato.

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17/7/2005