La favola di Maradona
La sua storia a puntate -104
di Mimmo Carratelli
La mazzata del Mondiale americano non ti abbatte, Diego, ma siamo in pena per te. Da Buenos Aires, lanci la tua verità: “Sono responsabile, ma non colpevole”. Il presidente della Federazione argentina si è arreso troppo in fretta nella vicenda di Boston. Intanto, il presidente della Fifa, il brasiliano Havelange, assicura: “La sanzione per il campione argentino non sarà troppo pesante in modo che alla sua età non sia costretto a ritirarsi”. Rispondi: “Sarà dura, molto dura, ma con l’aiuto di tutti coloro che mi sostengono andrò avanti”.

A fine agosto, arriva da Zurigo la sentenza della Fifa: 15 mesi di squalifica e una multa di 25 milioni. Verdetto inappellabile. E l’assicurazione di Havelange di una pena “non troppo pesante”? Alla fine della squalifica avrai 35 anni. “Mi hanno tagliato le gambe”, ripeti.

Di nuovo fuori dal calcio. “Vorrei andare a letto, dormire e svegliarmi che sono un giocatore del Boca Juniors” dici continuamente a Claudia. Sogni, fantastichi, ti arrabbi e vorresti essere ancora su un campo di calcio.

Da Corrientes ti offrono un’opportunità: direttore tecnico del Mandiyù, una squadra minore. E’ l’autunno del ’94. Ti butti a capofitto nell’impresa. Hai rabbia ed entusiasmo. La domenica segui la squadra dalla tribuna. “Mi stanco più che se fossi in campo” dici. Per il Mandiyù, piccola squadra, nessun riguardo dagli arbitri. Incassa quattro sconfitte e pareggia tre partite, una di grande soddisfazione nello Stadio Monumental del River Plate.

Ma non può durare e, infatti, dura due mesi: 12 partite, una sola vittoria, sei pareggi e cinque sconfitte. Sale la contestazione dei tifosi. E’ dura, Diego, è durissima. Per giunta, il presidente del club Jorge Cruz vuole spadroneggiare nello spogliatoio.

Contro l’Independiente, sconfitta del Madiyù per 1-2 sul suo campo, perdi la pazienza. Fai una conferenza-stampa di 40 minuti. Ti senti un leone in gabbia, nella gabbia del potere che protegge le grandi squadre e per il Mandiyù è tutto difficile. Sei istintivo e battagliero come nei giorni migliori e dai del “ladro” all’arbitro Angel Sanchez. “Ha assegnato un rigore dubbio all’Independiente e ne ha negato uno evidente a noi”.

Hai tentato di aggredirlo a fine partita. Calma, Diego, che te la fanno pagare ancora. Dai un calcio a una telecamera, dai calci alla porta dello spogliatoio. Non ci stai a perdere anche se sei in una squadra piccola. S’intromette il presidente Cruz che vuole fare una ramanzina ai giocatori. Non lo sopporti. Lui ti fa: “E tu chi saresti?”. Non ci vedi più dalla rabbia. Volano cazzotti. Sei un eccellente boxeur, Diego. Devono trascinare via Jorge Cruz prima che lo massacri. E’ il 6 dicembre 1994. L’avventura col Mandiyù si chiude così.

E’ la vecchia Europa che si ricorda di te, pibe. La rivista “France Football” ti assegna il Pallone d’oro alla carriera. Fai pace con Guillermo Coppola e lo inviti a seguirti in Francia per ritirare il premio. Il sodalizio con Marcos Franchi si rompe.

Parigi è una tappa meravigliosa. Vuoi vederla tutta. Vai in giro con Claudia, Dalma, Gianinna. Hai a disposizione una limousine. Sei ancora tu il re del calcio, Diego, e un re elegante nel magnifico abito grigio di Versace. Nella redazione di “France Football” incontri il grande Di Stefano. Scherzi con lui: “Non voglio fare il giornalista, costerei troppo ai direttori”. Ai giornalisti italiani chiedi del Napoli, di Gullit e di Zola: “Adoro il topolino, lo farei giocare al fianco di Baggio con due punte davanti e chi vede più la palla?”. Dall’Italia ti arrivano i saluti di Ciro Ferrara e di Vialli.

Confessi di avere molta nostalgia dell’Italia: “Penso a Napoli, ai napoletani, ma non a Ferlaino”. Escludi che tornerai presto da noi. Hai in mente Cuba e il Messico. Racconti: “Sono già stato all’Avana e sono diventato amico di Castro. Se mi chiama, andrò ad allenare a Cuba. Con l’aiuto di qualche sponsor si potrebbe fare”.

Ti consegnano il Pallone d’oro nel Salone d’onore di “France Football”. Sei emozionato. C’è un grande manifesto con la tua immagine a una parete e la scritta: “Diego est éternel”. Guardiamo i telegiornali. Ti vediamo commosso. Affidi il trofeo a Dalmita e a Gianinna, poi te lo riprendi, lo baci, lo sollevi al cielo. Pensi a un sindacato mondiale dei calciatori per far tremare la Fifa. E’ un progetto che fa sensazione. Un’altra battaglia.

“Ho avuto l’adesione di Romario, Bebeto, Francescoli, Stoichkov, incontrerò Cantona, parlerò con Gullit e con gli amici italiani. E’ ora di finirla. Il potere non deve più restare nelle mani di certe persone che non capiscono nulla di calcio e sanno solo comandare. Havelange ha voluto spezzare la mia carriera, ma né lui né Blatter riusciranno a rovinarmi”.

A Parigi sono stati tre giorni magnifici. Pensi ancora di fare l’allenatore? Hai una mezza idea. Vedremo.

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7/7/2005