La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 103
di Mimmo Carratelli
La stampa americana offrì il peggio di sé. Erano i giorni del processo a Orenthal James Simpson, l’idolo nero del football americano sotto il peso di 113 indizi per il duplice assassinio dell’ex moglie Nicole Brown e del suo amico Ronald Goldman. Sfilavano cortei con cartelli: “Liberate O.J.”

Per anni la stampa americana aveva tenuto nascoste ai lettori le violenze del campione sulla moglie spedita spesso a calci e pugni in ospedale. E, durante il processo, ai colpevolisti si opposero fervidi innocentisti. O.J. Simpson era un idolo, il campione coraggioso, il mito di milioni di giovani. Non poteva avere ammazzato l’ex moglie e l’amico. Non c’erano prove certe, ma 113 indizi erano una montagna.

Per Simpson ogni riguardo, ogni ricorso al dubbio (e la faccenda si chiuderà con la clamorosa assoluzione di una giuria nera). Per Diego Armando Maradona nessun dubbio. Colpevole a prescindere dalla analisi.

Nel basket e nel football americano, la droga si sprecava. Forse la sapevano usare ed erano miti da salvare, prudentemente non sottoposti all’antidoping. Il calcio, per gli americani, era uno sport corrotto dove esisteva il doping. Così pensavano e scrivevano.

I giornali si scatenarono. Simpson poteva essere innocente, Maradona no. I sondaggi rivelarono addirittura che, se O.J. aveva ucciso, “aveva fatto bene”. I tabloid americani furono spietati solo con te, Diego. Un giudizio unanime e irrevocabile.

Quanto soffristi? Eri l’unico mostro da sbattere in prima pagina. Eri “il drogato”, e basta. Il New York Times scrisse: “Sono venuti 528 calciatori al Mondiale e se si fosse fatto un sondaggio per sapere chi avrebbe potuto fare scandalo, il nome sarebbe stato uno solo: Diego Armando Maradona”.

Mostruoso. Eri più mostro, Diego, di un campione fortemente sospettato di due assassinii. George Vecsey, sul New York Times, non aveva dubbi. Per lui tu eri “un mostro fabbricato dalle adoranti folle argentine e italiane con troppi soldi e nessun rispetto per nessuno”.

Un vero e proprio linciaggio sui giornali e alle televisioni. E abbandonato da tutti. Vennero a consolarti due tecnici, Solari e Menotti. Quando si giocò Argentina-Bulgaria, la tua immagine fu proposta continuamente in sovrimpressione nelle dirette tv. Il tuo urlo davanti alla telecamere di Boston dopo il gol alla Grecia. Un gioco al massacro.

Nel resto del mondo non fu la stessa cosa. Sfilarono cortei a Buenos Aires. Napoli gridò il suo amore grande per te. La protesta più clamorosa giunse dal Bangladesh dove il calcio è lo sport più seguito. Cinquecento studenti sfilarono nella città di Pabna urlando: “Basta con il complotto della Fifa”, “Vogliamo Maradona”. Il giornale Dainik Bangla uscì con una intera pagina sormontata dal titolo: “Bangladesh in lutto”. I cuori semplici palpitavano per te.

Vedesti la partita dell’Argentina con la Bulgaria nell’albergo di Dallas, nella camera di Marcos Franchi con Signorini e Claudia senza dir nulla, senza gridare, assente. Avevi solo voglia di andartene dall’America. C’era un volo per Boston alle cinque del mattino, poi Buenos Aires.

La partita andò male per l’Argentina battuta dai bulgari 2-0. Un gol di Stoichkov, poi la mazzata del raddoppio di Sirakov al 91’. Un gol che non ci voleva perché, per la differenza-reti, condannava l’Argentina a un possibile ripescaggio. Fu ripescata, come successe anche all’Italia di Arrigo Sacchi. Al ritorno in albergo Redondo ti disse: “Diego, ti cercavo sul campo, ti ho cercato continuamente”. Vi abbracciaste, commossi.

Prendesti l’aereo per Boston. Ma non te ne andasti dall’America. Con Claudia trovasti una casa in fitto a Boston. Canal 13 ti aveva invitato a rimanere per commentare in tv le partite dell’Argentina. La Fifa ti rilasciò gli accrediti necessari. Potevi fare il giornalista televisivo. Per la sospensione dal campionato nulla da fare. Decisione inappellabile.

Un giornalista eccezionale, ovviamente, pagato un milione e 300mila dollari. Quando il 3 luglio, per Argentina-Romania, apparisti al Rose Bowl, la splendida arena di Pasadena, ti salutò il boato della folla e i tifosi argentini ti invocarono a lungo.

Facesti un gran tifo e, alla fine della partita, dovevi parlare in tv. Andò male per l’Argentina, eliminata dai romeni 3-2. Batistuta segnò su rigore, un gol fece Balbo. Non bastarono. Al tuo posto giocò Basualdo, un vigoroso centrocampista del Velez Sarsfield, 31 anni. L’Argentina uscì dal Mondiale.

Dicesti davanti al microfono: “L’invidia di alcuni ci ha fatto fuori. Non ci hanno eliminato dentro il campo, ma fuori. Con la mia squalifica hanno spezzato le gambe non solo a me, ma a tutta la squadra. Oggi non è stata la solita Argentina. La mia vicenda e l’assenza di Caniggia devono avere condizionato i ragazzi. Abbiamo costruito venti palle-gol. Potevamo andare ai supplementari. Peccato. Mi resta qualche dubbio sull’arbitraggio: il fallo su Simeone era dentro l’area, non fuori”.

Mondiale finito per l’Argentina, finito anche per te, Diego. Canal 13 tornava a casa.

Addio, America crudele.

Ti imbarcasti da Los Angeles su un lungo volo: Boston, New York, Buenos Aires. La squadra prese un altro aereo. Tornasti in Argentina con Claudia. Lei disse: “Glielo avevo detto a Diego di non fidarsi di certe persone. Non mi ha creduto ed ecco il risultato. Lo hanno fregato”.

Ma era proprio vero che gli sponsor che avevano insistito per la tua partecipazione al Mondiale, fondamentale per il successo della competizione, ti avevano assicurato l’esonero dai controlli antidoping? Tante cose si dissero.

Intanto, eri tornato a casa, pibe.
2/7/2005