La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 88
di Mimmo Carratelli
Quello che sappiamo di te, Diego, è che il giudice Amelia Berraz de Vidal, dopo l’arresto e la libertà su cauzione, ti ha imposto di sottoporti a un trattamento disintossicante sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, che hai due anni di tempo per curarti e guarire, che nel frattempo la tua vicenda giudiziaria è congelata e che, se ce la farai, verrai prosciolto da ogni imputazione.

Sono le notizie che arrivano da Buenos Aires. Dicono che nell’appartamento di calle Franklin, dove la polizia ti prelevò, hanno trovato otto grammi di cocaina e sei nei guai perché, in Argentina, sono solo due i grammi concessi per uso personale. Ma se osserverai la cura disintossicante ordinata dal Tribunale non sarai più imputato di detenzione di sostanze stupefacenti, ma solo di detenzione per uso personale.

Hai due avvocati difensori, Ernesto Szpangerberg e Pablo Rabey. Speriamo tanto che facciano un buon lavoro. Il giudice Berraz vuole di più da te, vuole sapere chi ti fornisce la cocaina. La signora Berraz è pressata dalla Dea, l’ente statunitense per la lotta alla droga che ha un protocollo d’intesa con la giustizia argentina.

Sono tutte notizie che ci fanno male. E non sappiamo nulla di te, direttamente. I giornali riportano i nomi dei tre psichiatri che ti tengono in cura: il peruviano Julio Villena Aragon, Ruben Noveno ed Hector Calbosa.

Improvvisamente non vuoi più saperne di loro. Il giudice non è contento di questo perché sospetta che non vuoi liberarti della droga. Ti senti solo, depresso e perseguitato.

La brutta notizia è che hai preso una suite all’Hotel Plaza e ci sei rimasto chiuso dentro per cinque giorni con una bottiglia di Chivas e una stecca di sigarette, senza volere vedere nessuno. Che cosa ti succede, Dieguito? Non hai amici? Non hai nessuno che possa aiutarti?

I giornali scrivono che il processo a tuo carico si svolgerà nel marzo 1992 e che rischi un anno e sei mesi di carcere. Mandi un segnale disperato: “La mafia del calcio mi invia i suoi messaggi, mi perseguita. Voglio fuggire dall’Argentina. Sono stanco di essere usato dal presidente Menem. Stiamo peggio oggi di quando c’erano i militari”.

Attento, Diego. Sono parole che ti faranno pagare.

Rompi ancora il silenzio. Parli a Radio Mitre e dici: “Quando Menem chiede di Maradona rispondetegli che sta in Argentina e che, appena possibile, se ne andrà. Sono rimasto nove anni lontano sognando di tornare nel mio Paese per vivere in pace. Vengo e mi trovo davanti ad avvenimenti più grandi di me che non capisco”.

Che cosa significa, Diego? Siamo lontani, non riusciamo a capire. Ti concedi a uno dei pochi giornalisti di Buenos Aires che ti è amico, Gonzalo Bonadeo, direttore di “Super Deportes”. E’ la tua prima, lunga intervista dopo l’arresto: “Mi sento abbandonato. Claudia, le bambine, Franchi mi danno la forza di continuare. Ho lasciato il calcio perché ero stanco, stufo, nauseato. Ho trascorso quindici anni trascurando molte cose. Ora voglio serenità, la mia famiglia, i miei genitori. D’accordo, ho commesso un grave errore. Sono caduto nella trappola della droga. Ma sto già pagando. Mi sono curato, ho speso 36mila dollari per curarmi”.

Non ti nascondi, Diego. Ormai confessi il vizio che è la tua rovina e un grande dolore per noi che ti vogliamo bene. “Alle mie figlie, quando diventeranno grandi, racconterò tutta la verità”.

Ma vuoi dire di più: “In Argentina esiste una mano nera che ha deciso di colpire Maradona. Mi descrivono come un delinquente e un fallito. Sui giornali e alla televisione c’è solo Maradona. Io e la droga. Ma non mi arrendo. Maradona è l’argomento ideale per depistare la gente dai veri mali dell’Argentina. Dopo il processo vado via”.

C’è un’ultima frase dell’intervista che ci colpisce. E’ quando dici: “Aveva ragione Claudia, dovevo restare a Napoli”.

E c’è l’intervista che concedi a Gianni Minà per la Rai: “Non ho fatto male a nessuno, solo a me stesso e ai miei cari. In futuro imparerò a volermi più bene, a pensare di più alla mia persona. Confesso la mia incapacità, la mia fragilità, anche se la mia presunzione e il mio orgoglio mi facevano apparire diverso. Ho cercato una stupida fuga dalla realtà. Ma chi poteva darmi una mano non me l’ha voluta dare quando potevo salvarmi e magari servire a costruire un altro Napoli. Mi manca l’amore della gente di Napoli”.

Continua

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21/4/2005