La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 83
di Mimmo Carratelli
Venni a vederti partire, Diego, la sera di lunedì primo aprile. C’era un gran folla di giornalisti e fotografi davanti alla tua abitazione di via Scipione Capece sulla collina di Posillipo.

In casa, ti facesti la barba canticchiando un motivo argentino: “Pajarito, pajarito”. Un’aria triste di tango. Volesti mangiare un piatto di pasta prima di partire. Dicesti: “Io non voglio far finta di avere problemi. Nella vita c’è chi sa di avere problemi e vuole risolverli, ma c’è pure chi ha il problema e vuole continuare a vivere ignorandolo. Io non voglio più ignorare”.

Avesti ancora un pensiero per papà Chitoro. “Mio padre non deve soffrire. L’infarto gli è venuto anche per tutti questi miei problemi. Andrò a pescare con lui, come abbiamo fatto l’ultima volta. E parleremo, parleremo tanto. E mi allenerò ancora, soltanto davanti a lui”.

Andasti al telefono e componesti il numero di Villa Devoto a Buenos Aires. “Ola, madre, sto tornando. Dejame hablar con papo”. Papà Chitoro non venne al telefono, era troppo emozionato.

Si stava facendo notte ed era una dolcissima sera d’aprile. Poco dopo le 22, Diego, ti vidi scendere di casa. Indossavi blue-jeans azzurri, una camicia gialla a pois di Versace, un giubbino di pelle nera, occhiali scuri. Intravedemmo tutti, oltre il cancello, la tua Bmw 850 scura. Dentro c’era già Franchi. Ti mettesti al volante. Il cancello si aprì e l’auto venne fuori lentamente. Poi, mentre scattavano i flash dei fotografi, accelerasti d’improvviso e ti allontanasti con una sgommata.

Questo accadde la sera del primo aprile 1991. Avevi 31 anni.

Eri stato il nostro idolo per sette anni, la nostra gioia, le nostre domeniche, le vittorie, gli scudetti, dolce e arrogante, delizioso e ribelle. Eri stato la magia del “San Paolo” e le notti bianche allo “Zapata” e alla “Cachassa”, i locali che più frequentavi.

Te ne andavi dopo aver detto: “Non posso stare più qui. Napoli vuole il grande Maradona e io non sono più grande. Dite a Napoli che l’ho amata. Questo è il mio messaggio. Volevo restare ancora. Avevo fissato qui la festa di compleanno per Dalmita, il due di aprile. Ma nessuno mi ha detto che dovevo restare”.

Andò veloce la Bmw scura sull’autostrada da Napoli a Roma. A Fiumicino, Fernando Signorini, il tuo vero amico, il più sincero, mise a punto tutte le pratiche per la partenza. L’aereo italiano per Buenos Aires, sigla AZ 576, partì all’1,05.

Finiva una favola.

Dall’Argentina mandasti al mio giornale queste parole: “Ora che sono qui a Buenos Aires voglio affidarvi il messaggio che mi viene dal cuore e da un profondo senso di nostalgia perché sette anni passati tra di voi rappresentano molto della mia vita, la parte forse più bella e anche la più complicata. Dite a Napoli che l’ho amata, questo è il mio messaggio. Ritornerò per quei dieci, cento napoletani che mi vogliono bene. Loro mi bastano. Nessuno mai mi caccerà da Napoli. Non sono fuggito. Nessuno mi ha detto che dovevo restare. E chi non fugge ritorna. Come farò io. Saluto ancora la maglia azzurra, i compagni che m’hanno voluto bene. Aspetto serenamente le sentenze sportive. Qui ora ho i tifosi del Boca, ma quelli del San Paolo restano nel mio cuore, per sempre”.

A un giornale argentino dichiarasti: “Vuelvo vencido a la casita de mis viejos”. Ritorno sconfitto alla casetta dei miei vecchi. Il procuratore Franchi dichiarò: “Diego rientra definitivamente in Argentina. Abbandona provvisoriamente il calcio. Ha bisogno di tranquillità. Resterà per quindici giorni con i suoi e poi concederà tutte le interviste che gli verranno chieste”.

A Soccavo nessuno dei tuoi compagni occupò il tuo posto negli spogliatoi. Dissero: “Diego ci aveva detto che sarebbe partito, ma ci ha anche giurato che tornerà”. Disse Ciro Ferrara: “Diego ha pagato un prezzo altissimo alla sua vita che era, sì, fatta di clamori, soldi e successi, ma probabilmente anche di profonda solitudine per non potere avere una vita tutta sua, una vita privata come tutti quanti gli altri”. Careca aggiunse: “Anche se lontano, Diego sarà con noi in campo domenica a Genova”.

La domenica prima che Diego partisse, il Napoli aveva giocato al “San Paolo” pareggiando 1-1 con l’Inter.

Aspettammo la sentenza della giustizia sportiva sull’antidoping della partita col Bari.

Continua

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1/4/2005