La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 81
di Mimmo Carratelli
Doveva solo finire quel campionato ’90-’91 che non ebbe senso per il Napoli. Mancavano nove giornate alla fine e il Bari venne a giocare al “San Paolo”, il 17 marzo. Disamorati, in pena per te, Diego, guardammo la partita senza entusiasmo. Il Napoli vinse con un gol di Gianfranco Zola, il nostro piccolo tamburino sardo. Ordinaria amministrazione.

Ricordo quello che dicevi: “L’anno scorso ho chiesto a Ferlaino di lasciarmi libero, lui non ha voluto. Volevo andare al Marsiglia perché là mi davano un mese di vacanza a Natale. Questo era l’unico motivo perché volevo andare in Francia. Ora sono troppo vecchio per cambiare, ho due bambine. In campo, in panchina o per strada mi dovrete sopportare fino al 1993, quando scadrà il mio contratto col Napoli. Ma se si continua a dire che il Napoli vince nonostante Maradona e perde per colpa di Maradona, allora me ne tornerò in Argentina a giocare su un campetto vicino casa di mia madre. Non sto bene, sto pagando i malanni fisici che mi affliggono da due anni”.

Dimenticammo la partita col Bari e il Napoli andò a Genova. Un tonfo con la Sampdoria: 1-4. Segnasti su rigore contro la squadra prossima campione d’Italia. Ci stavamo abituando a perdere con te in campo. Non sapevamo ancora che era la tua ultima partita e il tuo ultimo gol in maglia azzurra.

Si propagarono le prime voci. All’esame antidoping dopo la partita col Bari eri risultato positivo. Tracce di cocaina. Puntuale arrivò il deferimento agli organi disciplinari. Com’era possibile? Che cosa era accaduto?

Primo provvedimento: la tua immediata sospensione dall’attività agonistica. Secca l’accusa: “Diego Armando Maradona, in violazione all’articolo 32 del codice di giustizia sportiva, prima della gara Napoli-Bari ha assunto cocaina, sostanza vietata dalle vigenti disposizioni in materia”. Nel giro di un mese si sarebbe tenuto il processo sportivo e avremmo conosciuto la sanzione.

Furono giorni di amarezza. Il sindaco di Napoli Nello Polese dichiarò: “Che Maradona prendesse stupefacenti lo si sapeva da tempo, soltanto che la storia è venuta fuori adesso. D’altra parte, potrei fare elenchi di calciatori eccellenti che lavorano in altre città, anche europee, e che ne fanno uso”. Proseguì così: “L’assunzione di stupefacenti appartiene alla sfera privata, mentre sul piano pubblico contano le prestazioni. Maradona non si allenava da anni, eppure è riuscito a fare cose straordinarie. Dispiace che si sia distrutto, che non sia riuscito a resistere a certe tentazioni”.

Era il pensiero di tutti, ma quelli di noi che ti volevano più bene ebbero il cuore in tumulto. La cocaina non era un eccitante, non la prendevi per vincere le partite. Per quello bastava la tua arte anche se il fisico non rispondeva più come una volta. Eri sempre il più grande, Diego, benché malato inguaribile e prigioniero senza speranze della polvere bianca.

Analisi e controanalisi confermarono le tracce di cocaina nelle tue urine. Quattordici anni dopo il presidente del Napoli Ferlaino ha rivelato: “Maradona è il mio amore amaro. Lui mi attacca sempre, mi ritiene un nemico che ha fatto male a lui, al Napoli e a tutto il calcio. Eppure Maradona l’ho salvato decine di volte. Con l’antidoping soprattutto”.

Un’insinuazione grave e il presidente chiarì: “Dalla domenica sera al mercoledì Diego, come qualcun altro del Napoli, era libero di fare quello che voleva, ma il giovedì doveva essere pulito, non so se mi spiego. Basta non assumere cocaina per un certo periodo di tempo perché questa non risulti alle analisi del dopo-partita. I nostri medici chiedevano ai giocatori se tutto era a posto. Solo dopo seppi di un trucco. Se qualcuno era a rischio gli si dava una pompetta contenente l’urina pulita di un altro. L’interessato se la nascondeva nel pantalone della tuta e quando entrava nella stanza dell’antidoping ne versava il contenuto nel flaconcino del medico della Federazione. Nonostante questo, quel giorno del 1991, Moggi chiese a Diego se era pulito e Diego rispose sì. Il fatto è che i cocainomani mentiscono persino a se stessi. Risultò positivo. Il presidente federale Nizzola mi dette in via confidenziale la notizia. Ma ormai era troppo tardi”.

Una canagliata postuma dell’Ingegnere. Ma andò proprio così? Oppure, Diego, eri diventato ingombrante, le tue proteste per il Mondiale ’90 avevano irritato i governanti del calcio, il Napoli non vinceva più e perciò era giunto il momento di sbarazzarsi di te.

Continua

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23/3/2005