La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 73
di Mimmo Carratelli
La vogliamo ricordare, Diego, l’orribile sera allo stadio Olimpico di Roma, la maledetta finale mondiale Germania-Argentina 1990? La tua rabbia, le tue lacrime, i fischi indegni all’inno argentino. Un clima ostile e vigliacco solo perché l’Italia non era stata capace di eliminarti a Napoli, sbagliando i rigori, e aveva perduto la qualificazione per la finale. Qual era la tua colpa?

Già il venerdì precedente la partita c’era stato, nel ritiro argentino a Trigoria, l’ignobile episodio della bandiera. C’erano tre pennoni all’ingresso del ritiro e tre bandiere, quella dell’Italia, quella dell’Argentina e quella della Roma. Fosti tu, pibe, a scoprire lo sfregio. Ti affacciasti dalla finestra della tua stanza e vedesti la bandiera biancoceleste lacerata. Un’azione ignobile. L’avevano strappata, forse a colpi di coltello.

E ignobili furono i fischi dell’Olimpico che si rovesciarono su di te e sulla nazionale argentina con le squadre schierate a centrocampo, ignobili i fischi all’inno nazionale del tuo Paese. Avevi le lacrime agli occhi e sentivi che era una partita segnata. Quattro anni dopo, era la stessa finale mondiale di Città del Messico. Ancora i tedeschi contro.

Fu una partitaccia, se ben ricordo. La Germania era giunta in finale senza grossi intoppi. In semifinale si era salvata coi rigori contro l’Inghilterra. Era una squadra monotona, ma tenace. La tua nazionale, Diego, era un po’ a pezzi. Buchwald ti rifilò presto un calcione. L’arbitro messicano Codesal fece finta di non vedere. Fischiò solo falli a favore dei tedeschi. “E’ stata una farsa” dicesti dopo la partita.

Lo 0-0 sarebbe durato tutta la vita, ma l’arbitro ci mise il primo zampino: l’espulsione di Monzon nel secondo tempo per un fallo su Klinsmann. Un’espulsione dubbia, come scrissero i giornali italiani più onesti. Dovevate resistere in dieci e foste sul punto di fare la sorpresa quando Dezotti fu atterrato nell’area tedesca. Ancora Codesal non volle vedere. E solo lui, poco dopo, vide che era da rigore un intervento di Sensini su Voeller e allora fischiò il penalty per i tedeschi, a sei minuti dalla fine.

Era stato deciso così? Brehme non fallì dal dischetto e questa fu la conclusione della finale. Un rigore sospetto, scrissero tutti. “Ce l’hanno rubata, la partita” fu il tuo commento. Nessuna delle due squadre in campo era stata superiore all’altra.

“Forse, i tedeschi sono stati superiori – dicesti con la tua sincerità di sempre, – ma noi ci siamo battuti degnamente”. In ogni caso, fu uno scippo in piena regola. L’arbitro Codesal ebbe il voto più basso tra tutti i protagonisti della finale. A fine partita, ti vidi piangere. Nessuno piange per una sconfitta. Furono lacrime per un palese sopruso. Nessuno voleva l’Argentina di Maradona di nuovo campione del mondo. Nessuno voleva che tu conquistassi ancora la coppa del mondo. Il secondo posto fu una umiliazione profonda per il tuo cuore.

Ho ancora negli occhi il tuo volto bagnato dalle lacrime di rabbia. Fu un volto tornato improvvisamente bambino, col pianto dei bambini innocenti derubati di un giocattolo. C’era bisogno anche di questo per volerti più bene?

Calò il sipario sul Mondiale ’90 senza alcuna soddisfazione, e fu un Mondiale che si risolse in Italia con una serie di scandali per le spese gonfiate degli stadi e per le tangenti sulle opere pubbliche realizzate per l’occasione. Saremmo dovuti andare a nasconderci tutti.

Avevi voglia di una rivincita e solo il Napoli te ne offriva l’occasione, il Napoli che avevi condotto alla conquista del secondo scudetto e che era la tua “casa”. In Argentina cambiasti manager. Troncasti con Guillermo Coppola, ti affidasti a Juan Marcos Franchi.

Avevi sempre nel cuore la spina di Roma. Dicesti a sorpresa: “Non giocherò più per la Selecciòn, lascio la fascia di capitano di una squadra che amo, ma mi ci hanno obbligato. Tutti hanno già dimenticato che siamo stati derubati”.

Non ti sei mai nascosto e dicesti quello che pensavi. Parole pesanti per il governo mondiale del pallone. Te l’avrebbero fatta pagare alla prima occasione, pibe. Ne eravamo certi. Ma tu non ti nascondevi. “Ci metto la faccia, io” era la tua frase ricorrente.

Vediamo come sarebbero andate le cose col Napoli.

Continua

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17/2/2005