La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 69
di Mimmo Carratelli
La motonave partì poco dopo le 22 dal porto di Pozzuoli, la sera di domenica, mentre Napoli era in festa. Ti presentasti a bordo, pibe, con un incredibile abito viola, Claudia con te. La motonave era l’”Angelina Lauro”.

Fu la nave dello scudetto. Salirono a bordo tutti i giocatori, le famiglie, pochi dirigenti. La motonave virò a sinistra, superò Nisida, doppiò Capo Posillipo ed entrò nel golfo di Napoli. Navigò lentamente sotto la luna. Dal ponte guardasti la città di fascino, le luci del lungomare, il presepe delle case, la dolce collina di Posillipo, i castelli della città. All’orizzonte vedesti la sagoma di Capri.

Ricordo la canzoncina che cantavi con grande sincerità e passione: “Sono venuto da lontano / questa è casa mia / già ti conoscevo Napoli / seconda mamma mia”.

C’era tanto silenzio sul mare, ma Napoli, laggiù, era un tumulto di cuori, di felicità e di festa. Campioni d’Italia per la seconda volta.

Sulla nave Massimo Troisi, l’attore indimenticabile, l’ultima anima innocente di Napoli, animò una festa molto familiare. Cena fredda con penne al salmone e aragoste. Chi mai aveva festeggiato uno scudetto sul mare? Chiedesti, Diego, che l’orchestra suonasse un tango. Lo ballasti con Claudia. Luciano Moggi volle cantare “Malafemmena”. Ad Andrea Carnevale fu concesso di cantare “Grazie Roma”.

La nave si fermò al largo di Castel dell’Ovo. All’ora stabilita, dal Molosiglio, salirono nel cielo blu i fuochi d’artificio. Spararono razzi e bengala da altri punti della città. A Forcella sembrò la notte di capodanno. Per le strade, ragazzi e ragazze avevano la faccia dipinta d’azzurro.

Mentre la festa declinava a bordo, Massimo Mauro lasciò la nave prima di tutti. Lo prelevò un motoscafo, forse aveva un appuntamento d’amore. Verso l’una, l’”Angelina Lauro” fece ritorno a terra. Napoli stava esaurendo la sua notte magica.

Dov’era Albertino Bigon? Stava raccontando la sua storia. “Quattro anni fa stavo per cambiare mestiere” diceva a un cronista diligente. Si fece un solo vanto: “Le mie formazioni tengono fino alla fine venendo fuori nel momento decisivo”. Così era stato col Napoli.

Ricordi, Dieguito? La batosta di coppa col Werder a fine anno, le due sconfitte di Milano a febbraio, l’appannamento, le trasferte a Lecce e a Genova con la Samp raccogliendo un solo punto, ma ne avreste meritati quattro, poi la mazzata alla Juve e la gran conclusione, la partitissima di Bologna. Il Milan era alla frutta, stressato dall’impegno nelle coppe filando verso la finale dei Campioni col Benefica, a Vienna, che vinse con un gol di Rijkaard. Dirà un giorno il leale Franco Baresi: “Il Napoli ci soffiò lo scudetto con merito, altro che monetina di Bergamo”.

“Col recupero di Careca e la crescita di Maradona, l’attacco ha ritrovato nel finale la sua efficienza trascinando tutta la squadra” raccontò Albertino Bigon. “Credo nel calcio all’italiana che individua i punti deboli degli avversari e li colpisce dopo avere distrutto le fonti del loro gioco. E’ il contrario di quanto predica Sacchi. Siamo agli antipodi”.

Avevi patito molto per i dolori alla schiena, pibe, e solo nell’ultimo mese tornasti il numero uno. In vista del Mondiale, ti stava rimettendo in sesto il professor Dal Monte nel suo laboratorio di macchinari a Roma.

L’Ingegnere distribuì alla squadra due miliardi e trecento milioni di premi-scudetto. Ai botteghini del Napoli affluirono 31 miliardi fra incassi di campionato, coppe e amichevoli. Il tuo premio personale fu di 500mila dollari. Con sedici gol eri stato il capocannoniere azzurro. Da solo, avevi conquistato otto punti fissando quattro pareggi e bastonando la Roma e la Juve.

Tornammo in Coppa dei campioni. Ma ancor prima, Dieguito, ti rapì il Mondiale che si sarebbe giocato in Italia. Dovevi difendere il titolo di campione del mondo che avevi conquistato in Messico con quei gol indimenticabili all’Inghilterra e al Belgio.

Continua

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31/1/2005