La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 61
di Mimmo Carratelli
Il giorno del “casamiento”, 7 novembre 1989. Dopo la cerimonia in municipio, una corsa nella pizzeria “Las Cuartetas”. I matrimoni mettono fame. E’ il nervoso del giorno speciale.

Eri stordito, Diego? Claudia corse a indossare l’abito nuziale. Glielo aveva preparato con 70 metri di stoffa, pajilettes e pietre, pesante tredici chili, Elsa Serrano stilista delle dive a Buenos Aires, di origini calabresi. Roberto Giordano, parrucchiere di grido, ne curò i capelli. Leticia Peri la truccò con mano leggera.

La basilica del Santissimo Sacramento era in Calle San Martin. Ti presentasti, Diego, in uno smoking nero di Versace. C’era tutta la tua famiglia, papà Chitoro e mamma Tota, e i fratelli Ana, Kity, Lili, Mary, Caly, Lalo, Hugo. Dal Brasile, dov’era in ritiro con la nazionale, arrivò trafelato in chiesa Careca già in smoking. Alemao non poté venire.

Bella era la chiesa, con una grande navata, peonie e rose sull’altare. Il parroco Sixto Gassman in attesa. E tu, pibe, più in attesa di tutti perché Claudia tardava. Tardò tre quarti d’ora prima che sbucasse a bordo della fantastica Rolls Royce Phantom del 1938. Incantevole. Vestito color ghiaccio da 150mila dollari, stretto ma castigato, 1500 pajllettes, 800 cristalli di roccia, pietre dure, strascico di organza di quattro metri e tacchi di vertigine.

Uniti davanti a Dio, l’hombre del gol e la novia. Ah, Dieguito. Via dalla chiesa su una Dodge Brothers del 1937 color avorio, scoperta. E, alle 23, con la colonna sonora di “Arancia meccanica” l’ingresso al Luna Park in Calle Boucharde, lo stadio della boxe messo a disposizione da Tito Lectoure, famoso manager di pugni, e trasformato in un immenso salone da ricevimento con 400 piante tropicali e cascate di tulle dal viola al rosa, quindicimila metri di raso grigio sistemati per coprire ogni traccia di luogo pugilistico, tappeti e guide rosse, garofani bianchi dappertutto, mille invitati e cento bambini con a disposizione un kiosco di caramelle.

Sul palco, al posto del ring, il tavolo degli sposi. Poi un grande tavolo a ferro di cavallo per 52 parenti. E 96 tavoli rotondi per gli ospiti. Non venne Menem e neanche Alfonsin, il nuovo e il vecchio dell’Argentina. Che notte, pibe. Tu ancora in smoking, Claudia con l’abito da sposa. Due figurini.

Pane e caviale, assaggi di asparagi e strudel, gamberoni e aragoste, piatti caldi a volontà, formaggi, dessert, 900 bottiglie di vino rosso e 400 di bianco, 400 bottiglie di spumante argentino sui tavoli, champagne francese. E la sfolgorante torta nuziale alta due metri e mezzo, a sette piani, con 101 nastrini e un anellino per ciascuno più l’anello con brillanti che pescò una delle tue sorelle, auspicio di felicità. Il taglio del monumento dolciario alle 3,30 e poi via alle danze, il valzer di Strauss in apertura.

Come ballavi bene, Dieguito. E come cantasti bene al microfono con Susanna Gimenez. Fu un improvviso carnevale con cinque orchestre che suonavano, quella famosa di Mariano Mores, e la cantante dimenante Valeria Lynch si scatenò col suo gruppo Los Fabulosos Cadillacs. Un matrimonio e una festa da due miliardi di lire. Felicidad, pibe.

Balli e gioia fino alle sette del mattino, chiusura a caffellatte e brioche. Si smorzarono il samba e le rumbe nella mattina incombente di mercoledì 8 novembre 1989. Te ne andasti con Claudia in una Mercedes di rappresentanza.

Alle 18,55 ti aspettava l’aereo di ritorno per l’Italia.

Continua

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30/12/2004